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CUNIZZA da ROMANO
Canto IX
All’inizio del canto si conclude l’incontro di Dante con Carlo Martello, dopo che questo ha preannunciato le sciagure che entro breve volgere di anni colpiranno la casa angioina. Subito dopo un altro spirito del cielo di Venere si avanza verso il Poeta: è Cunizza da Romano, sorella di Ezzelino III, il famoso tiranno della Marca Trivigiana. Dopo aver presentato la propria terra Cunizza accenna alla corruzione dilagata nella regione trevigiana e profetizza per essa un doloroso futuro: Padova, Treviso, Feltre, dove il male è ormai diventato costume di vita, pagheranno ben presto il fio delle loro colpe. Allorché Cunizza riprende con gli altri beati la danza che aveva interrotta per parlare con lui, Dante si rivolge all’anima che gli era già stata presentata dalla nobildonna trevigiana, invitandola a rivelare il proprio nome. Si tratta di un trovatore, Folco da Marsiglia, che divenne vescovo di Tolosa e partecipò alla crociata contro gli Albigesi. Presentata la sua città con una lunga descrizione, egli rivela a Dante che gode la beatitudine del terzo cielo anche Raab, la meretrice di Gerico che aiutò il condottiero ebraico Giosuè nella conquista della città, meritandosi così la salvezza eterna. Folco chiude il suo discorso con un’aspra invettiva contro Firenze, colpevole di aver coniato la moneta d’oro, causa prima del diffondersi dell’avidità nel mondo, e contro la Chiesa, che si lascia traviare dal miraggio dei beni terreni.
Pd. IX, 13-15 Cielo III - Venere - Spiriti Amanti
Ed ecco un altro di quelli
splendori
Pd. IX, 31-33
D'una radice nacqui e io ed ella: Cunizza fui chiamata, e qui refulgo perchè mi vinse il lume d'esta stella;
Terzogenita di Ezzelino II ed Adelaide degli Alberti di Mangona, Cunizza era sorella di Ezzelino III (Inf.), primogenito ed erede della famiglia, e di Alberico, signore di Treviso. Nata intorno al 1198, poco più che ventenne Cunizza fu data in moglie a Rizzardo di S. Bonifacio, signore di Verona, per suggellare, con un matrimonio dichiaratamente politico, la pace ormai raggiunta fra le due famiglie. La tregua, tuttavia, durò poco e, fatto inconsueto per il sec. XII, Cunizza, su iniziativa del fratello Ezzelino, fu rapita dal poeta di corte Sordello (Pg.), il più celebre dei trovatori italiani al servizio del signore di Verona, e ricondotta nella casa paterna. Non si può escludere, tuttavia, che quello che era iniziato sui binari del lecito "amor cortese" tra la signora ed il poeta di corte, sia sfociato poi in autentica passione, divenendo la causa più probabile del successivo allontanamento di Sordello dalla corte dei da Romano. Sordello da Goito che la ricondusse alla casa paterna. Cunizza si innamorò ardentemente di lui e ciò causò la cacciata dalla corte trevigiana di Sordello che, per sottrarsi alle ire del marchese inferocito, riparò in Provenza. Abbandonata dal galante poeta, si consolò molto presto con un cavaliere trevigiano di nome Bonio col quale, secondo il cronista Rolandino, vagò per molti paesi "a gran sollazzo e facendo grandi spese". Morto Bonio, sposò Aimerio dei conti di Breganze. Morto anche questi, Cunizza, che non era il tipo da stare a lungo in gramaglie, passò ad altre nozze con un veronese. Nel 1260,dopo il crollo della potenza degli Ezzelini, si rifugiò a Firenze, presso i parenti della madre e, nel 1265, trovandosi a casa di Cavalcante Cavalcanti, padre del poeta stilnovista Guido, affrancò i servi della sua famiglia. Visse gli anni della maturità a Firenze dove lo stesso Dante la conobbe, dedita ad una vita di espiazione e di carità. Nel 1279, presso il castello della Cerbaia, appartenente ai conti di Mangona, redasse un testamento in cui lasciava i suoi beni ai figli del conte Alessandro Alberti; dopodiché di lei non si hanno più notizie. Gli antichi commentatori che la definivano "figlia di Venere" attribuendole molti amanti e sono concordi nel dipingere Cunizza come una donna lussuriosa a tal punto che, come lei stessa diceva, a chi le avesse chiesto cortesemente amore, sarebbe stata gran villania non concederlo, attestano altresì che la sua intensa passione carnale si allargò, negli anni della maturità, all'amore in un senso più lato, sfociando in un profondo senso religioso. Dante, che ebbe modo di conoscerla a Firenze ormai dedita all'amore religioso, dovette sentire in lei il merito e la grandezza della passione e amore carnali trasformati in passione e amore nel più vasto senso spirituale e per questo la colloca nel Paradiso dove le fa affermare:
« lietamente a me medesma indulgo la cagion di mia sorte, e non mi noia; che parria forse forte al vostro vulgo. »
Certo è che se Cunizza cedette volentieri alla passione nei suoi anni giovanili questa stessa passione negli anni della maturità vissuti a Firenze, dove si era rifugiata dopo il declino della sua famiglia e dove Dante giovinetto ebbe forse occasione di conoscerla, si trasformò in un'intensa pietà religiosa. Cunizza morì a Firenze intorno al 1279.
ma lietamente a me medesma indulgo (perdono) la cagion (l'influsso del pianeta Venere) di mia sorte, e non mi noia (e non mi addolora). (Pd. IX, 34-35)
Cunizza da Romano profetizza l'assassinio di Rizzardo
da Camino in Pd. IX, 49-51:
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