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EMPIREO
Cielo X Pd. XXX - XXXI - XXXII - XXXIII
Beati: tutti i beati Figurazioni: "Le immagini della terra in quello che ha di più puro e più bello aiutano la fantasia nella mirabile visione; ma sono come spiritualizzate e quasi sollevate in un'atmosfera luminosa d'incanto"
1. Fiume di luce I beati appaiono a Dante come le due rive fiorite di un fiume di luce. Incessantemente gli angeli, come rosse faville, si muovono fra i fiori e l'acqua luminosa (Pd. XXX, 61-69). Ma questa prima imperfetta visione è destinata a mutarsi presto: in realtà non cambia l'oggetto contemplato, cioè il Paradiso, ma cambia, accrescendosi, la capacità di Dante di comprendere, e quindi vedere, l'oggetto della contemplazione nella sua realtà.
Canto XXX
Come con la luce dell'alba le stelle piano piano svaniscono, così a poco a poco scompaiono dal cielo i nove cerchi luminosi e Dante, volgendosi verso Beatrice, la vede soffusa di una bellezza mai vista prima. Il poeta lamenta allora i limiti della sua arte: un'immagine di tale sovrannaturale bellezza va ben oltre le sue capacità di espressione e nessuna parola sarà mai in grado di rappresentarla. Dante e la sua guida sono giunti alfine nel cielo dell'Empireo, cielo di pura luce, di puro amore e di intelletto, dove Dante potrà contemplare le schiere degli angeli e quelle dei beati, rivestiti del loro corpo glorioso.
Lungo un fiume di luce dalle rive cosparse di meravigliosi fiori primaverili, volteggiano lucenti fiammelle; nella visione successiva i fiori e le faville si manifestano nella loro vera forma di beati e di angeli che, disposti a corona intorno ad un lago di luce, si specchiano in esso. Quasi tutti gli scanni dei beati sono ormai occupati: un trono ancora vuoto aspetta l'anima dell'imperatore Enrico (Arrigo) VII, che, a causa di una morte prematura, non riuscirà a realizzare in terra la sua missione di giustizia e di pace.
Pd. XXX, 78-81
son di lor vero umbriferi prefazi (anticipazioni velate della verità). Non che da sè sian queste cose (figurazioni) acerbe (difettose); ma è difetto da la parte tua, che non hai viste ancor tanto superbe (capaci).
2. Cerchio di luce Sotto lo sguardo intento di Dante, il fiume si trasforma, a poco a poco, in un cerchio di luce, che "è la forma più propria a significare l'eternità che non ha principio ne' fine" (Vandelli) ed i beati prendono le loro vere sembianze, specchiandosi dai loro seggi nel lago di luce come fanno le colline fiorite che sono intorno ai laghi d'acqua.
3. Candida Rosa Gli occhi di Dante, ormai capaci di sostenere la visione del Paradiso, individuano, infine, la Candida Rosa: i petali sono costituiti dai seggi dei beati, mentre il "giallo de la rosa sempiterna" (Pd. XXX,124) è costituito dal lago di luce in cui volano gli angeli, simili ad api, e che spande d'intorno "odor di lode al sol che sempre verna (Dio è l'eterna primavera)" (Pd. XXX,126).
Canto XXXI
Sui beati disposti come petali di una candida rosa volteggiano, come uno sciame di api sui fiori, le schiere degli angeli. Cantando la gloria e la bontà di Dio essi volano dalla luce divina alle anime beate, recando così loro l'amore e la beatitudine attinta alla fonte perenne della grazia. Dante è preso da muta ed estatica contemplazione: i suoi occhi vagano su tutta la meravigliosa visione e dovunque legge beatitudine ed amore. Si volge quindi verso Beatrice, ma al suo posto trova S. Bernardo di Chiaravalle, il grande mistico, fervente nel culto di Maria, che condurrà Dante per l'ultimo tratto del suo viaggio dove, per innalzarsi alla suprema visione di Dio, non basta più la conoscenza teologica, ma occorrono l'ardore contemplativo e la potenza della grazia. Prima di seguirlo, Dante rivolge una fervente preghiera di ringraziamento a Beatrice, che siede nuovamente al suo posto nella rosa dei beati, poi leva gli occhi fino a contemplare la meravigliosa visione della Vergine Maria avvolta in una luce di bellezza e letizia
Pd. XXXI,1-8 In forma dunque di candida rosa mi si mostrava la milizia santa (i beati) che nel suo sangue Cristo fece sposa;
Più oltre la Candida Rosa è chiamata "giardino" sia in relazione al biblico "giardino di Dio" (Ezechiele 28,13; Gioele 2,3), sia in accordo con la definizione che del vocabolo "paradiso" dava Isidoro da Siviglia: "vocabulum ex graeco in latinum vertitur 'hortus'" (vocabolo tradotto dal greco in latino "giardino"). Tutti i beati, seduti nei seggi della rosa, hanno il viso rivolto verso Dio e riflettono luminosità e letizia, ma "dentro a l'ampiezza di questo reame / casual punto non puote aver sito" (Pd. XXXII,52-53) e dunque la posizione dei beati segue un rigoroso ordinamento.
Il primo seggio della Candida Rosa è occupato da Maria (1), mentre le antiche donne ebree, Eva, Rachele, Sara, Rebecca, Giuditta, Ruth, sono sedute disposte una sotto l'altra "dirimendo del fior tutte le chiome" (Pd.XXXII,18), formando, cioè, una linea divisoria verticale nei seggi della rosa.
Gli altri beati sono disposti nei seggi "secondo lo sguardo che fee / la fede in Cristo" (Pd.XXXII,20-21): alla sinistra (B) delle antiche donne ebree, "onde il fiore è maturo" (Pd.XXXII,22), dove cioè tutti i seggi sono già occupati, "sono assisi / quei che credettero in Cristo venturo" (Pd.XXXII,23-24), alla destra (A), dove si notano ancora seggi vuoti, "quei ch'a Cristo venuto ebber li visi" (Pd.XXXII,27).
Di fronte al seggio di Maria, nella parte opposta della rosa, è il seggio di S. Giovanni il Battista (2) e sotto di lui siedono, nell'ordine, S. Francesco, S. Benedetto e S. Agostino, formando un'altra linea divisoria verticale.
Dalla metà della rosa verso il basso siedono coloro che sono beati per merito non proprio ma altrui, cioè coloro che morirono prima dell'età della libera scelta. I bambini siedono nella rosa con la stessa divisione degli adulti: (D) alla sinistra i figli di genitori credenti in Cristo venturo a destra (C) i bambini battezzati.
Altri beati eccelsi, "i gran patrici / di questo imperio giustissimo e pio" (Pd.XXXII,116-117) siedono nei pressi delle due linee divisorie: nel primo ordine di seggi, alla sinistra di Maria siede Adamo, mentre a destra trova posto S. Pietro, accanto al quale siede S. Giovanni evangelista, mentre accanto ad Adamo si trova Mosè. Alla destra ed alla sinistra di S. Giovanni Battista siedono S. Anna e S. Lucia.
Pianeta:
Pd. XXX,39-42 .. ciel ch'è pura luce: luce intellettual, piena d'amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogni dolzore (dolcezza).
Il Cielo Empireo è, dunque, la visione beatifica di Dio. Esso, infatti, non è un cielo materiale, come i precedenti nove, ma è costituito da "luce ed amor" (Pd. XXVII,112) e "solo amore e luce ha per confine" (Pd. XXVIII,53-54). "Li numeri, li ordini (angelici), le gerarchie (tre gerarchie che dispongono la virtù delle tre persone della Trinità) narrano li cieli mobili che sono nove, e lo decimo annunzia essa unitade e stabilitade di Dio. E però (per questo motivo) dice lo Salmista (Salmo 18): 'Li cieli narrano la gloria di Dio, e l'opere de le sue mani annunzia lo fermamento (il firmamento)'." (Convivio II, v, 12).
Canto XXXII
San Bernardo sosta a lungo in contemplazione della Beata Vergine, quindi illustra a Dante la disposizione dei beati nella rosa celeste. La posizione delle anime sui diversi seggi della Candida Rosa non segue il caso, ma risponde a criteri e a ragioni divine che l'uomo non può arrivare a comprendere, perchè dettati da una giustizia superiore. Quindi il santo invita Dante a rivolgere nuovamente lo sguardo a Maria che, risplendente di luce beata, appare circondata dagli spiriti sommi del Paradiso.
Ora è giunto il momento per Dante di accostarsi all'essenza stessa del mistero divino e affinchè ciò sia possibile occorre chiedere il soccorso della grazia attraverso una preghiera accorata alla Madre di Dio.
Canto XXXIII
S. Bernardo, accanto a Dante raccolto in muta preghiera, rivolge una lunga orazione alla Vergine Maria, affinchè interceda presso il Padre per rendere il poeta tanto pieno di grazia da poter assurgere alla suprema visione di Dio. Anche i beati sono raccolti, supplicanti, nella medesima preghiera al termine della quale, Dante viene invitato ad alzare lo sguardo, e inizia così per lui il momento culminante di tutta la sua esperienza mistica. Qui il poeta cerca di evocare, quello che nel ricordo gli appare come un sogno meraviglioso, del quale ha conservato l'emozione profonda, ma non la definizione nitida delle immagini. Come in un'improvvisa folgorazione Dante, con l'animo innalzato alla condizione di beato, ha contemplato il profondo dell'essenza divina; ha scorto, strettamente unito in un vincolo amoroso, tutto ciò che nell'universo appare sparso e diviso; è riuscito infine a penetrare nel mistero del Dio uno e trino.
Pd. XXXIII,143-145 A l'alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'iugualmente è mossa, l'amor che move il sole e l'altre stelle.
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