FRANCESCA E PAOLO

 

CHI ERA FRANCESCA?

 

Era nata da Guido il Minore da Polenta, signore di Ravenna, il quale aveva una numerosa figliolanza: tre maschi legittimi, quattro naturali, due femmine. Ostasio, il primogenito, diverrà padre di Guido Novello, l'eletto principe e gentile rima­tore che darà ricetto a Dante; Bernardino, il terzogenito, combatterà con l'Alighieri alla presa di Campaldino.

Tutti i cronisti, a cominciare dal Boccaccio, sono d'accordo sulla amabilità, il sensibile animo e la bellezza di Francesca. La sua vita, come quella della sorellina Samaritana, si svolse nel silenzio e nella austerità cui la obbligavano le vicende del casato. Padre e fratelli erano sempre lontani per la guerra; ogni tanto piombava sulla famiglia l'esilio, ogni tanto scoppiavano liti fra i parenti.

Un raggio di sole parve entrare nella monotonia della sua esistenza, quando le fu annunciato che sarebbe andata sposa al primogenito di una nota e potente casa: Giovanni Malatesta. Le nozze erano state combinate per ragioni politiche; il movente è però sconosciuto. Chi sostiene che fossero state decise per suggellare la pace fra i Polentani e i Malatesta, tra i quali era corsa una lunga guerra; chi narra che fossero nate dal proposito di Guido il Minore di gratificare i Malatesta, che l'avevano aiutato ad imporre il proprio dominio su Ravenna.

 

 

 

 

 

 

 

Dante Alighieri volle rendere omaggio all'amore di Paolo e Francesca immortalandolo nelle pagine di una delle più grandi opere letterarie mai scritte.

Dante aveva 24 anni e più tardi, in esilio, avrà modo di conoscere la famiglia di Francesca, restando ospite a Ravenna del padre di lei.

Siamo nel secondo cerchio dell'Inferno, primo dei quattro in cui sono puniti gli incontinenti, cioè coloro che non riuscirono a frenare gli istinti, pur in se non riprovevoli, a "contenerli" entro i limiti della ragione. Qui espiano i lussuriosi, che appunto "la ragion sommettono al talento": si lasciarono travolgere dal desiderio carnale e ora sono travolti, percossi, sbattuti crudelmente da una perenne bufera, senza poter scegliere la propria direzione. Il contrappasso è tanto chiaro, che Dante appena vista la pena, intende, senza che gli sia spiegato, qual sia il peccato relativo.

 

 

  Dante incontra Francesca e Paolo

 

 

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FRANCESCA E PAOLO

 

 

 

 

Inf. V, 73

Cerchio 2 - Lussuriosi

 

 

I personaggi danteschi sono da identificarsi con Francesca da Polenta, figlia di Guido il Vecchio, signore di Ravenna (che "siede", è fondata, "su la marina dove il Po discende", la riviera Adriatica), e Paolo Malatesta.

Francesca aveva sposato, di certo dopo il 1275, Gianciotto Malatesta, il figlio deforme e zoppo ("ciotto") di Malatesta da Verrucchio, signore di Rimini.

Era un matrimonio stipulato per ragioni politiche: infatti, esso sanciva e garantiva la pace fra le due famiglie e le due città dopo un lungo periodo di scontri. Romanzeschi sono i particolari relativi all'incontro tra Francesca ed il cognato Paolo Malatesta: si narra che Paolo si recò a Ravenna per sposare, per procura di suo fratello, Francesca, certo è che i due si innamorarono e furono sorpresi e trucidati da Gianciotto di certo dopo il 1282-1283, periodo in cui Paolo fu capitano del popolo a Firenze, e più probabilmente nel 1285, anno in cui Gianciotto fu podestà a Pesaro.

Le tre terzine dantesche raccontano, secondo l'ampia trattatistica del tempo, i momenti salienti della vicenda d'amore e della perdizione eterna di Paolo e Francesca.

A parlare con il poeta è sempre la donna, ma, a contrappunto delle parole di Francesca, c'è il pianto silenzioso di Paolo, che completa l'effetto unitario del narrare "come colui che piange e dice".

 

 

Inf. V, 100-102

Amor ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

 

La corrispondenza fra "amore" e "cuore gentile" è uno dei cardini dello stilnovismo: Dante stesso aveva scritto che "Amore e cor gentil sono una cosa" e, prima di lui, anche il Guinizzelli aveva affermato che "Al cor gentil rempaira sempre amore".

Questa terzina rende, quindi, conto del sentimento di Paolo, che, a causa della sua gentilezza d'animo e della bellezza della cognata, non può non provare un sentimento d'amore, pericolosamente al margine, forse, fra l'amore-gioco e l'amore passione.

L'inciso che chiude il verso 102 "e 'l modo ancor m'offende" è uno dei nodi del testo dantesco ed ha impegnato a lungo la critica.

Alcuni hanno voluto vedervi il primo accenno alla morte violenta, forse prematuro, se si considera la perfetta scansione nei tre tempi canonici del racconto di Francesca (nascere del sentimento, reciprocità, conclusione), e fuori luogo, se si considera che nella valutazione di Dante la fine della vicenda non è la morte, ma "il doloroso passo", il drammatico passaggio dall'amor cortese alla passione.

In Dante, poi, il vocabolo "offendere" ha raramente il significato corrente, mentre è più attestato il valore di "avvincere" oppure di "danneggiare". 

L'inciso può essere così interpretabile come il rimpianto di Francesca non per il sentimento in sè, accettato e voluto a tal punto che dura immutato nell'eternità ("come vedi ancor non m'abbandona" Inf. V, 105), ma per il modo il cui quell'amore si è realizzato, non secondo i gentili canoni dell'amor cortese, ma nei modi della passione che fece perdere ad entrambi l'onore in vita e la salvezza per l'eternità.

 

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Inf. V, 100-102

Amor, ch'a nullo amato amar perdona

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.

La seconda terzina, invece, rende conto del sentimento di Francesca. La reciprocità dell'amore è un altro dei temi fondamentali dell'amor cortese: per Andrea Cappellano, infatti, l'amore non può tollerare che l'oggetto amato non ricambi il sentimento.

 

 

Inf. V, 103-104

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense

 

Gli ultimi versi rendono conto del tragico epilogo di questa vicenda e, al tempo stesso, forniscono lo spunto per la meditazione di Dante sul tema fondamentale del rapporto fra amore-virtù ed amore-passione.

Francesca, con dolcezza composta e dolente, racconta il momento del peccato, il più irriflessivo ed insieme determinante, che chiude la sua vita spirituale.

"Un giorno" qualsiasi, in una condizione del tutto normale della vita di corte che, Dante conosceva bene, i due cognati leggono insieme uno dei romanzi tanto diffusi. Il turbamento nasce seguendo ancora quei canoni dell'amor cortese, tranquillo e forse un po' compiaciuto gioco sentimentale, codificato nel "De Amore" di Andrea Cappellano, ma acquista presto tutt'altra forza.

 

 

Inf. V,133-138

Quando leggemmo il disiato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante.

 

galeotto fu il libro

 

 

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"Tra l'amante ed il peccato si gitta in mezzo l'inferno, e il tempo felice si congiunge con la miseria, e quel momento d'oblio, il peccato, non si cancella più, diviene l'eternità." (F. De Sanctis, Saggi Critici, vol. 2).

Il libro ha ormai svolto il suo ruolo di portare i due cognati alla reciproca consapevolezza del loro sentimento, ed i due possono smettere di leggere la passione della finzione e vivere la passione della realtà, ma non per questo si deve supporre che furono uccisi quel giorno stesso. La morte è un fatto occasionale che eterna, nella condizione in cui colse i due amanti, uno stato di perdizione già in atto.

Scrive U. Bosco (Commento pag. 66): "Il punto di arrivo, per così dire, del poeta era questo: non solo il "vizio di lussuria" di Semiramide e di Cleopatra, ma anche l'amore di Didone, cui nel suo poema Virgilio aveva tanto indulto, anche quello esaltato dai romanzi cavallereschi, e persino l'amore stilnovistico, di cui Paolo e Francesca, come questa dirà, si erano nutriti, possono condurre a perdizione terrena ed ultraterrena. ... Che cosa può far sì che un'attrazione innocente si tramuti in peccato? ... Dante in cospetto della fragilità non solo di Paolo e Francesca, ma della fragilità sua propria e di tutti china pensoso la testa. Un momento improvviso e inopinato, e il "talento", il desiderio di dolcezza e di felicità, ha il sopravvento e ci perde. Da qui la pietà: per Francesca, per se stesso, per tutti.".

 

 

 

 

 

 

Il quinto canto dell'Inferno della Divina Commedia di Dante, racconta la storia di Paolo e Francesca, notiamo come ai due amanti, con una similitudine, vengano paragonate due colombe, sospinte dal desiderio di amore, che ad ali spiegate vogliono raggiungere il nido agognato. Così le due anime si allontanano dalle altre dov'è presente anche Didone per raggiungere Dante. Francesca si rivolge al poeta ringraziandolo della visita e dicendo che se Dio li avesse ascoltati e se fosse stato loro amico, avrebbero chiesto pietà e pace per il suo spirito. La giovane si rivolge a Dante dicendo “O animal grazioso e benigno”, cioè: o tu che non sei soltanto anima, ma anche corpo cortese e nobile d'animo. Il verso “noi che tignemmo il mondo di sanguigno” (ovvero: noi che bagnammo la terra con il nostro sangue) è il primo riferimento diretto alla storia dei due giovani, morti per il loro amore. Francesca acconsente, seppur la cosa le provochi dolore, a raccontare la loro storia a Dante ed al suo accompagnatore (Virgilio). Dopo una breve parentesi sulla città natale di Francesca (Ravenna), la giovane parla dell'amore che li ha uniti anche nella morte. Francesca si lamenta del modo in cui le venne tolto il corpo, del modo in cui venne privata della vita con una morte così istantanea che non le lasciò il tempo per pentirsi del suo peccato. L'amore e il desiderio che provava per Paolo non si sono spenti nemmeno ora che vivono nell'Inferno, quello stesso amore e desiderio che li ha condotti alla morte, ma il dolore di Francesca sembra trovare un po' di sollievo al pensiero che la Caina (il girone dei fratricidi dove vi è anche Caino) attende coloro che tolsero la vita ai due amanti. Nell'udire il racconto di quell'anima addolorata Dante china il capo in segno di umiltà nei confronti di quell'amore così grande (in quel momento, probabilmente il poeta ripensa all'amata Beatrice) e allo stesso tempo di compassione per la sua fine. Rispondendo al suo accompagnatore che gli chiede cosa pensa, Dante lascia trasparire la sua sensibilità d'animo soffermandosi sulla sofferenza che questo grande amore ha causato ai due giovani, tanto da renderlo infelice e piangente. Ma la curiosità del poeta lo spinge a voler sapere come i due giovani vennero a conoscenza dei reciproci sentimenti. Francesca risponde che nulla le provoca più dolore del ricordarsi della felicità che ha provato nella sua attuale miseria e sfortuna e che questo Virgilio dovrebbe saperlo. Ma visto che Dante brama tanto la conoscenza dell'origine del loro amore, la giovane accetta di narrare seppur tra le lacrime come un libro fu la causa del loro amore. La storia di Lancillotto e Ginevra e del loro bacio spinse i due giovani a baciarsi e a commettere il peccato. Come per gli amanti del libro il sensale (l'intermediario) d'amore fu Galeotto, così per Paolo e Francesca furono il libro ed il suo autore. Mentre Francesca parlava Paolo piangeva e la pietà che si impossessò di Dante era così forte che lo fece svenire come cade un corpo privo di vita. L'etica e la moralità di Dante gli fanno collocare i due amanti nell'inferno per l'amore dei sensi (carnale) che li lega, ma non gli impediscono di provare pietà per questi giovani così sfortunati. Amore e pietà sono i temi fondamentali di questo canto: non possono essere separati e se mancasse uno di questi la narrazione di Dante forse non otterrebbe più lo stesso effetto sul lettore. La condanna di Dante è forte e presente, ma tiene sempre conto della fragilità degli uomini; il passato del poeta riaffiora aiutandolo nel giudizio, senza però condizionarne le sentenze, facendolo anzi partecipare con dolore e tristezza all'infelice destino dei due giovani.

 

 

 

 

 

Troppo lungo sarebbe l'elenco dei poeti, dei pittori e dei musicisti che hanno celebrato il tragico evento. Basti ricordare Edoardo Fabbri, Silvio Pellico, Gabriele D'Annunzio il cui dramma - Francesca da Rimini - in 5 atti fu rappresentato per la prima volta al Costanzi di Roma il 9/12/1901 con la superba interpretazione di Eleonora Duse. L'anno dopo sarà F.M. Crawford a far rappresentare la sua Francesca a Parigi dalla grande Sarah Bernhardt. L'opera del D'Annunzio fu poi musicata da Riccardo Zandonai e la prima avvenne al Regio di Torino il 14/2/1914. Fra i tanti pittori ricordiamo F. Giani, B. Pinelli, G. Bezzuoli, A. Scheffer (il dipinto è del 1834 e l'abbiamo visto esposto al Louvre), F. Gonin, M. Bianchi, D.G. Rossetti, G. Dorè, il grande illustratore della Divina Commedia, J.A.D. lngres, A. Cassioli, A. Rodin, G. Previati, P. Golfarelli.

 

 

 

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