MATELDA

 

 

Matelda, pur non citata direttamente nel canto XXVIII (viene, infatti, nominata per la prima volta solo nel XXXIII nel v. 119) è presentata secondo i canoni classici della donna stilnovista: la bellezza (“bella donna” v. 43), la leggiadria (“come si volge con le piante strette a terra e intra sé, donna che balli” vv. 52-53), la dolcezza della voce (“dolce suono” v. 59), la lucentezza degli occhi, resa tramite un paragone con Venere (vv. 64-66) e infine il sorriso (“Ella ridea v. 67). A tutto ciò, però, viene aggiunto il significato allegorico della vita contemplativa e della felicità umana prima del peccato originale. Matelda si dimostra un’aiutante di Dante (ma del resto anche delle altre anime come Stazio) nell’occasione in cui il poeta, per la sua opera di purificazione, deve compiere il rito dell’immersione nei due fiumi: il Letè e l’Eunoè, il primo toglie le rimembranze del peccato, mentre il secondo restituisce la memoria del bene operato, rendendo l’anima degna di essere accolta dalla divinità.

Riguardo alla figura di Matelda, non esiste un sicuro riscontro storico. Si potrebbe da un lato ricollegare a personaggi realmente esistiti, quali Matilde di Canossa, contessa di Toscana e mediatrice tra il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV durante la guerra delle Investiture, o la monaca benedettina tedesca Matilde di Hackeborn, autrice di scritti mistici e nel 1310 in odore di santità; dall’altro, interpretarla invece come un simbolo assunto da Dante. Secondo quest’ultima interpretazione Matelda è sia la figura della condizione umana prima del peccato, quando l’uomo abitava il Paradiso Terrestre, sia “colei che guida alla donna beata”, (infatti, così come Giovanni Battista annuncia Cristo, Matelda annuncia l’arrivo di Beatrice) o “colei che guida alla beatitudine”, ossia al Letè, espressioni che si ricavano invertendo l’ordine di lettura del nome Matelda, in modo da ottenere “ad letam”. D'altra parte la caratteristica predominante di questo personaggio è la levità, che contrasta con qualsiasi precisa determinazione. Se il Paradiso Terrestre rappresenta l'età dell'oro dell'umanità, Matelda è la raffigurazione della felicità, dell'umanità in armonia con il Creatore. Matelda conserva la sua levità anche quando spiega: il suo ufficio è un rito che compie nei confronti di ogni anima che abbia compiuto la sua purificazione. Matelda, quindi, fa già parte del grande quadro liturgico che conclude la seconda cantica. Questo aspetto si presta maggiormente alla chiave di lettura di Matelda come aiutante. La felicità, terrena ed ultraterrena, è, tuttavia, amore e l'unico amore che possa essere piena felicità senza tormenti è l'amore stilnovistico nella nuova reinterpretazione dantesca resa esplicita nell'incontro con Bonagiunta Orbicciani

 

  Aligi Sassu foresta dell'Eden Matelda

 

Pg. XXIV, 52-54


... "I' mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando"

La rappresentazione poetica dell'amore cessa di essere una vicenda sentimentale, se pur stilizzata al massimo grado e diventa introspezione. Matelda si inserisce, quindi, appieno nel recupero degli anni giovanili e dell'esperienza dello Stilnovo avviato e concluso nel Purgatorio.

 

 

 

Purgatorio XXVIII

 

Dante si inoltra, ancora accompagnato da Virgilio e Stazio, nella foresta dell’Eden, fino a giungere sulla riva di un fiume, sulla sponda opposta del quale scorge una donna intenta a cantare e a raccogliere fiori. Come verremo a sapere solo alla fine della cantica, si tratta di Matelda, inviata dal cielo a fare da guida a Dante nell’ultima parte del suo viaggio in Purgatorio. Chiamata dal poeta, ella si avvicina e scioglie tutti i dubbi di Dante circa i fenomeni naturali che caratterizzano il luogo. Dalle sue parole apprendiamo allora che quello è il Paradiso Terrestre, che in esso vento e acqua non si generano secondo normali meccanismi atmosferici, che quel fiume si divide in due rami (uno di essi è il Lete, le cui acque tolgono la memoria del peccato, l’altro l’Eunoé, che invece induce il ricordo del bene).

 

(Canto XXVIII, 39-44)

 

per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia

e cantando e scegliendo fior da fiore

ond’era pinta tutta la sua via.

"Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore

ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti

 

 

 

Purgatorio XXIX

 

Mentre Dante segue lungo il corso del Lete Matelda che canta, uno splendore e una melodia pervadono all’improvviso il luogo. Il racconto è interrotto dall’invocazione del poeta alle Muse per riprendere subito dopo con la descrizione della processione che sfila sotto gli occhi dei tre pellegrini: essa è aperta da sette candelabri, al cui seguito vi sono ventiquattro vecchi incoronati di gigli, dietro ai quali vengono quattro animali per la descrizione dei quali Dante rimanda a Giovanni e a Ezechiele; al centro si trova un carro trionfale trainato da un grifone. Alla destra del carro danzano in cerchio tre donne, alla sinistra, invece, quattro. Dietro all’intero gruppo, a chiudere la processione, camminano sette vecchi, incoronati di rose e di altri fiori. Al passaggio del carro davanti a Dante, un forte tuono scuote l’atmosfera e la processione, subitamente, si ferma.

 

 

(Canto XXIX, 1)

 

Cantando come donna innamorata,

continüò col fin di sue parole:

"Beati quorum tecta sunt peccata!".

 

 

 

 

 

Purgatorio XXXI

 

Rivolgendosi ora direttamente a Dante, Beatrice pretende da lui la piena confessione del suo traviamento: ma il poeta è tal punto turbato che riesce a malapena a pronunciare un "sì". Beatrice però continua a incalzarlo e a rimproverargli di essersi lasciato sedurre da fallaci miraggi: sollevato lo sguardo su di lei, Dante vede la bellezza della donna e quindi, vinto dal rimorso, perde i sensi. Tornato in sé, si accorge che Matelda lo ha immerso nel Lete e che lo sta tirando all’altra sponda. Una volta arrivato, ella gli fa bere l’acqua purificatrice per farlo poi entrare nel cerchio delle quattro donne danzanti che lo conducono al cospetto del grifone. Intento nella contemplazione dell’animale, Dante è raggiunto dalle altre tre donne, le quali pregano Beatrice di rivolgere il suo sguardo al poeta, di sorridergli e di rivelarglisi in tutta la sua celestiale bellezza. Beatrice indulge a quella richiesta e al ricordo di quella visione, il poeta si dichiara incapace di rappresentarla.

 

 

[Purgatorio, XXXI, 91-111]

 

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,

la donna ch'io avea trovata sola

sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».

Tratto m'avea nel fiume infin la gola,

tirandosi me dietro sen giva

sovresso l'acqua lieve come scola.

Quando fui presso a la beata riva,

'Asperges me' sì dolcemente udissi,

che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.

La bella donna ne le braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m'offerse

dentro a la danza de le quattro belle;

e ciascuna del braccio mi coperse.

«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;

pria che Beatrice discendesse al mondo,

fummo ordinate a lei per sue ancelle.

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo

lume ch'è dentro aguzzeranno i tuoi

le tre di là, che miran più profondo».

 

 

Purgatorio XXXII

 

Dante distoglie lo sguardo dalla contemplazione di Beatrice per assistere al ritorno della processione verso oriente. Insieme alla donna e a Stazio egli percorre la foresta, al suono di una melodia angelica. Compiuto un breve tragitto, il corteo si ferma intorno a una pianta assolutamente priva di foglie, al cui fusto il grifone lega il carro: subito dopo l’albero torna miracolosamente a fiorire. Un canto ineffabile immerge Dante nel sonno: a destarlo è Matelda che gli indica Beatrice circondata da sette ninfe. Ella stessa allora lo invita a osservare attentamente quel che succederà, perché poi possa descriverlo nei suoi versi. Dante assiste quindi all’aggressione del carro compiuta in sequenza prima da un’aquila, poi da una volpe e infine da un drago uscito dal terreno. Dopodiché, quel che ancora resta del carro viene sommerso dalle piume dell’aquila e successivamente si trasforma in un mostro a sette teste, sul dorso del quale siede un prostituta, a sua volta protetta da un gigante che alla fine, sciolto il mostro dall’albero, lo conduce via per la selva, impedendo così a Dante di vedere altro.

 

(Canto XXXII, 28)

 

sì, che però nulla penna crollonne.

La bella donna che mi trasse al varco

e Stazio e io seguitavam la rota

 

 

Purgatorio XXXIII

 

In dolce canto le sette donne piangono la sorte del carro, fin quando Beatrice non riprende l'interrotto cammino: il poeta e Stazio la seguono. Il poeta comincia a parlare con lei e dalle sue parole apprende il vero significato degli eventi cui ha assistito: Beatrice, inoltre, profetizza l'avvento di un condottiero che riscatterà la Chiesa dal degrado attuale e chiarisce come quell'albero prima spoglio e poi rinverdito sia il simbolo della giustizia divina. Segue la valutazione dei limiti della sapienza umana. Verso mezzogiorno il gruppo giunge in prossimità della sorgente da cui scaturiscono sia il Lete che l'Eunoé ed è a questo punto che Matelda immerge il poeta e Stazio nelle acque del secondo fiume, da cui entrambi escono purificati e quasi ringiovaniti, pronti insomma a salire in cielo. Dante vorrebbe descrivere meglio la sensazione provata in quel momento, ma, lo dice egli stesso, la seconda cantica è ormai finita.

 

 

(Canto XXXIII, 118-123)

 

Per cotal priego detto mi fu: "Priega

Matelda che ’l ti dica". E qui rispuose,

come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: "Questo e altre cose

dette li son per me; e son sicura

che l’acqua di Letè non gliel nascose".

 

 

 

I                                                                 A