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PIA de’TOLOMEI
Dante e Virgilio arrivano al Purgatorio il giorno di Pasqua, simbolo di resurrezione e di vita. Qui le anime sono solo di passaggio, devono espiare i loro peccati e purificarsi, per salire poi nel paradiso terrestre (sulla cima del monte) e infine incontrare Dio e la beatitudine eterna. Alle pendici della montagna si trovano due gruppi di anime: quelle dei morti scomunicati (cioè, condannati dalla Chiesa) e quelle di coloro che si sono pentiti dei peccati commessi solo in fin di vita. Salendo poi sul monte si incontrano sette gironi (= zone) che rappresentano i sette peccati capitali; in ordine sono: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Qui non ci sono più le eterne tenebre infernali, ci sono il giorno e la notte, il sole e le stelle, e le anime sopportano la loro condanna con serenità, perché sanno che un giorno, quando si sentiranno pronte, potranno "conoscere" Dio. Quando Dante arriva sulla cima del monte, lascia Virgilio (che scompare improvvisamente) e incontra Beatrice, che sarà la sua guida nel Paradiso celeste.
È il luogo dove dimorano le anime di quelli che furono per forza morti e peccatori infino a l’ultim’ora (vv. 52-53), cioè di coloro che sono morti di morte violenta e si sono pentiti dei loro peccati solo in punto di morte senza avere, quindi, la possibilità di espiarli in vita. Queste anime dovranno rimanere nel Purgatorio per tanti anni quanti sono stati gli anni della loro esistenza terrena, dopo di che potranno accedere al Paradiso Terrestre. Fra di loro Dante incontra tre personaggi, con cui si ferma a parlare: Iacopo del Cassero (nobiluomo di Fano e politico), Buonconte da Montefeltro (valoroso soldato nella famosa battaglia di Campaldino fra guelfi fiorentini e ghibellini aretini, 1289) e Pia dei Tolomei. La figura di questa donna, la cui vicenda terrena non può che suscitare pena e commozione, è appena accennata nelle brevi e gentili parole di lei, che si rivolge a Dante dicendo:
(Purgatorio, Canto V, vv. 130-136)
“Deh, quando tu sarai tornato al mondo e riposato de la lunga via’ seguitò il terzo spirito al secondo, ‘ricorditi di me che son la Pia. Siena mi fe’ disfecemi Maremma: salsi colui che inanellata pria, disposando, m’avea con la sua gemma.’“
“Deh, quando sarai tornato nel mondo dei vivi e ti sarai riposato dal lungo viaggio" continuò la terza anima, dopo la seconda (Buonconte), ‘ricordati di me, che sono la Pia. Nacqui a Siena e morii in Maremma, lo sa bene colui che, sposandomi, mi aveva donato il suo anello.’ “ Le parole di Pia sono gentili, allusive, concise; lei non si scaglia contro il suo destino né contro colui che è stato l’artefice della sua morte (il marito Nello) e non si dilunga sui particolari della sua storia, come invece fanno gli altri due spiriti con cui Dante parla (Iacopo e Buonconte).
La vicenda della Pia, ricordata anche dall’Aretino, è intrisa di verità e leggenda: questa nobildonna senese aveva (secondo alcuni) sposato in prime nozze Baldo de’ Tolomei, da cui aveva avuto due figli, Andrea e Balduccio. Rimasta vedova nel 1290, Pia si risposa con Nello dei Pannocchieschi, il quale, però, forse perché invaghito di un’altra donna (Margherita degli Aldobrandeschi), forse per punire un presunto tradimento di Pia, la fa rinchiudere nel Castello della Pietra, nella Maremma toscana, dove poi Pia sarà uccisa per volere marito nel 1295. Alcune versioni della storia descrivono la Pia come una vittima innocente, altre raccontano invece un effettivo adulterio da lei commesso (a cui comunque Dante non fa cenno esplicitamente).
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