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PICCARDA DONATI
Pd. III, 34 Cielo I-Luna, Anime mancanti ai voti
E io a l'ombra che parea più vaga
Nel Cielo della
Luna Dante incontra gli spiriti che sulla terra non portarono a
compimento i loro voti a causa dell'altrui violenza: le anime gli
appaiono con i volti e i lineamenti tenui e indefiniti, tanto da
sembrare come riflesse in un vetro trasparente. La donna diventa il mezzo attraverso cui Dante capta delle importanti notizie sulle caratteristiche delle anime beate: esse, pur essendo disposte in diversi cerchi concentrici a seconda della loro maggiore o minore vicinanza a Dio, non provano sentimenti di invidia e non desiderano altro al di fuori di ciò che hanno, in quanto tutto è voluto da Dio ed è nella volontà di Dio che loro trovano la pace.
Piccarda Donati narra anche la vicenda di Costanza d'Altavilla, madre di Federico II di Svevia, costretta secondo una leggenda a rinunciare come lei ai suoi voti per sposare Enrico VI.
Pd. III, 46-49 I' fui nel mondo vergine sorella (suora); e se la mente tua ben sé riguarda, non mi ti celerà l'esser più bella (luminosa), ma riconoscerai ch'i' son Piccarda.
Figlia di Simone Donati, Piccarda è sorella di Forese, l'amico di gioventù del poeta, e di Corso ("quei che più n'ha colpa" Pg. XXIV, 82-87), il violento capo della parte Nera fiorentina, nonchè cugina della moglie di Dante, Gemma Donati. La famiglia Donati appartiene, dunque, alla sfera privata della vita di Dante, alla sua giovinezza: la monacazione di Piccarda, bella e giovanissima, dice di lei il fratello Forese, dovette colpire il poeta, che si avviava alla maturità umana e poetica, ed un'offesa dovette apparirgli il rapimento dal convento di S. Chiara a Firenze. Corso, infatti, probabilmente nel decennio compreso fra il 1283 ed il 1293, periodo in cui ricoprì varie cariche pubbliche a Bologna, costrinse la sorella a sposare Rossellino della Tosa, stringendo, così, una parentela molto vantaggiosa per gli interessi della famiglia e per la personale carriera politica. Intenso fu il dolore della povera fanciulla, che fu rapita dagli scherani del convento. Piccarda, già vestita in abiti nuziali, fu condotta dal fratello in una delle case dei della Tosa dove si riunì il corteggio di parenti e amici ad accogliere la giovane ragazza. Fu sempre lì che la sontuosa cerimonia finì in tragedia quando Piccarda, subito dopo la celebrazione, fu colta da quel male terribile che la condusse immediatamente alla morte.
La mia sorella, che tra bella e buona non so qual fosse più (Pg. XXIV, 10 ),
Pd. III, 106-108 Uomini poi, a mal più ch'a bene usi, fuor mi rapiron de la dolce chiostra: Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
I primi commentatori riferiscono una leggenda che raccontava come Piccarda avesse ottenuto di conservare la verginità promessa, ammalandosi di lebbra e morendo in pochi giorni, ma Dante, di certo ben informato sulle vicende di casa Donati, lo esclude nettamente se pure stende un velo sulla vita di Piccarda successiva al rapimento: sarebbe stato un inutile scavare fra particolari privati, poichè la vicenda umana di Piccarda, si chiude con quell'evento, il rapimento, che segnò la sua esistenza spirituale. La sua vita coniugale è un fatto occasionale che prolunga nel tempo terreno uno stato di salvezza già in atto. Il poeta dovette intuire il dolore e la rassegnazione silenziosa, che mai cede al rancore, della vita di Piccarda accanto al marito che le era stato imposto e su questi sentimenti costruì la sua salvezza eterna e la fece portavoce della necessità del beato, come dell'uomo, di accordare la sua volontà a quella di Dio per raggiungere la personale pienezza. Piccarda, infatti, "teorizza, ma insieme rivive la sua personale esperienza, il suo dolore per un evento che aveva interrotto quella dedizione totale. La patina di sottile malinconia ... non è certo della beata, pienamente felice nel sentire come sua la volontà di Dio, ma è tutt'una cosa con la rassegnazione dolorosa della Piccarda terrena."
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